In questi ultimi anni, la frequentazione delle terre alte è aumentate esponenzialmente. Secondo i rapporti dell’Osservatorio Turistico della Regione Piemonte, nel 2025 il turismo montano estivo si conferma in crescita, con un +14,3% di arrivi (668.369 ) e +17,4% di presenze (1.927.008). Nel 2026, complici le continue ondate di calore e la necessità di fuggire da città ormai invivibili, le rilevazioni stanno registrando un ulteriore picco.
I dati piemontesi riflettono una tendenza nazionale, con flussi imponenti soprattutto in Trentino Alto Adige e Veneto. Tant’è che in molte zone si parla ormai di overtourism in montagna.
Per comprendere l’impatto di questo fenomeno, è utile definirne i contorni:
Per sua stessa natura, l’overtourism è circoscritto sia nello spazio sia nel tempo: interessa specifiche destinazioni e spesso solo alcune aree particolarmente attrattive; inoltre, tende a manifestarsi durante determinati periodi dell’anno caratterizzati da picchi stagionali1.
Tra i principali tratti distintivi di questo fenomeno figurano:
- affollamento eccessivo degli spazi pubblici e della rete sentieristica locale;
- comportamenti turistici inadeguati che incidono negativamente sulla comunità locale;
- processi di turisticizzazione aggressiva che alterano l’identità locale;
- forte pressione antropica in ecosistemi naturali delicati
La cause alla base dell’overtourism sono molteplici: l’assenza di un approccio sistemico alla gestione delle destinazioni; politiche turistiche orientate esclusivamente ad attrarre visitatori; visioni di breve termine e incapacità di una governance condivisa. A ciò si aggiungono viaggi low cost sempre più diffusi, la digitalizzazione dei processi di prenotazione e acquisto, e la cassa di risonanza dei social media.
Se il turismo è da sempre stato interpretato come un elemento strategico di sviluppo e crescita economica, nonché un mezzo privilegiato per gli scambi culturali, l’aumento costante dei volumi impone una riflessione: il modello dominante attuante è incapace gestire le ricadute negative di un’eccessiva concentrazione di visitatori.
Overtourism in montagna: anche in quota si fa la fila
L’overtourism non riguarda più solo destinazioni note come Firenze, Roma o Venezia. Ha conquistato anche le terre alte.
Dalla pandemia di Covid-19 in poi, molte persone si sono avvicinate all’ambiente montano, spesso senza la preparazione adeguata o la conoscenza delle regole fondamentali del territorio. I social media hanno fatto il resto, amplificando trend e mode a discapito dei luoghi delicati, trasformati in mete d’assalto.
Un caso emblematico riguarda Alex Honnold, celebre climber statunitense. Giunto sulle Dolomiti per scalare la più alta delle famose Tre Cime di Lavaredo, è caduto vittima del troppo affollamento: non avendo prenotato il parcheggio, ha dovuto rinunciare alla salita alla Grande Cima.

In molte località alpine fare la fila è diventata la norma. Amministratori e territori cercano di alleggerire la crescente pressione turistica adottando misure d’emergenza: istituzione del numero chiuso, introduzione di pedaggi d’accesso, obbligo di prenotazione per i parcheggi, implementazione di servizi di navette.
Si tratta tuttavia di soluzioni a breve termine, spesso rigide, con limiti e soggette a malfunzionamenti. La vera sfida per le istituzioni e le comunità locali sta nell’individuare modelli e soluzioni di governance condivisa, capaci di conciliare la natura di “bene comune” degli ambienti montani con l’urgenza di di tutelarne gli equilibri ecologici.
I contesti territoriali sono complessi e disomogenei: se da un lato esistono hotspot saturi e sovraffollati, dall’altro molte aree interne soffrono di una presenza turistica scarsa o quasi nulla. Per questo ogni intervento richiede un monitoraggio attento dei flussi, affiancato da un costante lavoro di educazione ambientale e informazione rivolto sia ai turisti sia ai residenti.
Due montagne a confronto: tra sovraffollamento e spopolamento
Mentre alcune località montane scoppiano di turisti in determinati mesi dell’anno, la densità abitativa complessiva delle terre alte rimane molto inferiore rispetto alla media nazionale.
Secondo il Rapporto della Montagna 2025 a cura dell’UNCEM, i circa 3500 comuni delle aree montane censiti ospitano circa 10 milioni di abitanti (il 16% della popolazione nazionale). Si tratta di contesti prevalentemente rurali e periferici, contrassegnati da un elevato indice di vecchiaia, bassa natalità e carenze strutturali nei servizi essenziali (sanità, trasporti, istruzione, assistenza sociale).
Accanto al progressivo fenomeno di spopolamento iniziato nel secondo dopoguerra, l’analisi UNCEM registra tuttavia segnali di ripartenza legati al fenomeno di neo-popolamento, specie nel Nord Italia. Tra il 2019 e il 2023i comuni montani italiani hanno accolto 99.574 nuovi residenti. Nel 2024, il saldo migratorio ha registrato +35.000 unità (di cui +22.000 stranieri e +12.000 italiani), con numeri significativi in Emilia-Romagna, Piemonte e Liguria.
Dati incoraggianti che ci rimandano l’immagine di una montagna viva, ma che richiedono politiche di pianificazione strategica, efficienza amministrativa e un impiego coordinato dei fondi pubblici per garantire i servizi di base.

Quale turismo montano vogliamo costruire?
Da guida escursionistica ambientale mi sento parte integrante di questo ecosistema. Pur non muovendo grandi numeri, sono consapevole che la mia attività lascia comunque un’impronta sul territorio e sulle persone.
Riconosco che le immagini e i video condivisi sui social contribuiscono a dare visibilità ad alcune aree, alimentando talvolta un potenziale hype. Così come sono consapevole che accompagnare gruppi in escursione inserisce me e i mie clienti in quel grande flusso di fruizione delle terre alte.
La domanda cruciale, quindi, non è se fare turismo in montagna, ma come farlo.
Un turismo a impatto zero semplicemente non esiste: il solo fatto di spostarsi in auto o calpestare un sentiero genera una trasformazione. Tuttavia possiamo scegliere di rendere questa importante il più leggera e consapevole possibile.
Possiamo contribuire a invertire la rotta attraverso decisioni concrete:
- Qualità contro quantità: scegliere attività strutturate su piccoli numeri e servizi di valore. Significa acquistare servizi professionali pagando un prezzo equo che valorizzi il lavoro e la sicurezza, rifiutando la svendita delle esperienze e le logiche del massimo ribasso.
- Oltre il turismo mordi e fuggi: dedicare tempo all’ascolto, all’osservazione e all’incontro con chi in montagna ci vive e lavora. Vivere l’ambiente montano richiede tempo.
- Valore culturale ed ecologico: trasformare un’escursione anche di una sola giornata in un’opportunità per comprendere la storia, la natura e l’identità del luogo.
- Sostenere l’economia locale e circolare: decidere di mangiare in un rifugio o in piccola trattoria di paese, acquistare da produttori e artigiani locali, dormire in strutture a gestione famigliare in valli meno frequentate. Questo permette ai proventi del turismo di rimanere sul territorio, supportando la residenzialità e contrastando lo spopolamento.
Inseguire la foto perfetta, il trend del momento o la gratificazione immediata del “mi piace” può regalare una rapida scarica di dopamina. Ma a quale prezzo?
Dobbiamo chiederci sinceramente: fare la fila in auto per raggiungere la destinazione famosa e mettersi in coda per scattare un’immagine identica a mille altre, rende davvero memorabile la nostra esperienza in quota?
La montagna ha un valore che non si misura in contenuti digitali o in liste di cime da collezionare, ma nella capacità di restituirci il senso del limite, del ritmo naturale e del rispetto. Rallentare, deviare dai percorsi più blasonati, prepararsi adeguatamente è il primo vero passo per salvare le terre alte dal sovraffollamento e riconquistare la bellezza del viaggio.
1 Riccardo Spinelli e Andrea Zanini, L’overtourism tra passato e futuro. Note introduttive, Franco Angeli, 2025, p. 7
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