C’è un’illusione moderna che ci porta a considerare le valli alpine come margini, periferie geografiche e culturali schiacciate dalla maestosità della roccia. Ma se ci si allontana dalle grandi direttrici dell’asfalto contemporaneo e si risale la Val Cenischia, la geografia rivela un’intenzione del tutto opposta: lo storico legame tra Novalesa e il Moncenisio testimonia come questo borgo cinto da pareti verticali sia stato per secoli uno dei baricentri nevralgici dell’Europa occidentale. Non una chiusura, ma un passaggio obbligato; non una valle dimenticata, ma un punto di accoglienza e un vero e proprio palcoscenico sovranazionale.
Fino al momento in cui la visione ingegneristica e militare di Napoleone Bonaparte non tracciò la nuova strada statale del Moncenisio attraverso Susa e Giaglione, deviando per sempre i flussi di traffico, Novalesa costituiva il capolinea naturale della viabilità di pianura proveniente da Torino. Qui si arrestava la carrozzabile e cominciava la Strada Reale: una mulattiera sulla quale per generazioni sono transitati monarchi, ambasciatori, mercanti, pellegrini e mercenari.

L’architettura della sosta: quarantadue locande e la Casa degli Affreschi
Novalesa era una sosta forzata per chi voleva attraversare il valico del Moncenisio. La fisica dei trasporti d’epoca moderna imponeva un rituale ineludibile: prima di affrontare l’ascesa al colle, le vetture e le carrozze dovevano essere interamente smontate pezzo per pezzo e caricate su muli e slitte. Chi giungeva dalla Savoia compiva la metamorfosi inversa, rimontando i propri veicoli sulle piazze del borgo. Questo macchinoso processo logistico trasformò Novalesa in una gigantesca macchina ricettiva.
Lungo la Via Maestra si affacciavano ben quarantadue tra osterie e locande, non lontano dalle quali sorgeva l’antica Piazza dei Marrons, luogo deputato alla contrattazione e all’ingaggio dei portatori. I prospetti delle case conservano tuttora le tracce visive di questo dinamismo economico. Tra di essi spicca la cosiddetta Casa degli Affreschi, verosimilmente identificabile con la storica Locanda della Croce Bianca, documentata fin dal XIV secolo.
La sua facciata dipinta rappresenta un raro e prezioso esempio di araldica ospitale nel panorama alpino. Gli stemmi sabaudi si alternano a quelli delle principali potenze dell’epoca – Bretagna, Francia, Inghilterra, Saluzzo – fungendo da vero e proprio marchio di qualità d’antan. Esibire i blasoni dei regni europei significava offrire al viaggiatore d’alto rango una garanzia di sicurezza, reputazione e standard adeguati. L’interno della locanda, decorato da motivi geometrici, conserva un archivio involontario ma affascinante: le firme e le memorie grafiche lasciate dagli avventori nel corso dei secoli, tra cui spicca l’incisione di un pellegrino polacco diretto a Roma.

L’eredità artistica: dipinti, affreschi e il mistero delle donazioni napoleoniche
Se l’edilizia civile testimonia la prosperità dei commerci, il patrimonio sacro della Chiesa Parrocchiale di Santo Stefano rivela l’eccezionalità culturale di questo presidio di montagna. Ricostruita alla fine del Settecento sulle fondamenta di un impianto medievale (di cui conserva il campanile e le murature esterne affrescate con le scene della Passione), la chiesa presenta una singolare curiosità in facciata: due orologi, di cui uno interamente dipinto a trompe-l’œil. L’espediente pittorico, volto a ricreare un’armonia prospettica e una fittizia simmetria architettonica, sintetizza l’arguzia formale delle maestranze alpine del Barocco.
All’interno della navata, tra retabili lignei dorati a colonne tortili e il prezioso reliquiario romanico in argento di Sant’Eldrado, si incontra una pinacoteca imprevedibile per un piccolo borgo montano. Nel 1805, Napoleone Bonaparte fece dono al priore dell’Ospizio del Moncenisio di cinque opere d’arte di grandissimo pregio, successivamente trasferite alla parrocchiale:
- Una Crocifissione di San Pietro della scuola di Caravaggio;
- L’Adorazione dei pastori di François Lemoyne (1721), celebre maestro del rococò francese e autore dei soffitti del Salone d’Ercole a Versailles;
- Una monumentale Adorazione dei Magi di scuola tedesca, derivata da modelli rubensiani;
- La Deposizione di Cristo dalla Croce riconducibile a Daniele da Volterra;
- Una seconda Deposizione attribuita alla prestigiosa bottega cremonese di Giulio Campi.
La storiografia locale oscilla tra due letture contrastanti riguardo all’origine di questa straordinaria donazione. La tradizione orale narra un episodio quasi romanzesco: sorpreso da una violenta tempesta di neve sul valico, Napoleone sarebbe stato balzato fuori dalla propria carrozza. Accorso in suo soccorso, un gruppo di monaci benedettini dell’Abbazia di Novalesa lo avrebbe rianimato e salvato dal congelamento mediante vigorosi frizionamenti di grappa. In segno di commossa gratitudine, l’imperatore avrebbe attinto alle collezioni confiscate al Louvre per omaggiare il monastero.
La storiografia documentaria suggerisce tuttavia un’interpretazione assai più pragmatica: le opere d’arte costituirono la compensazione politica e finanziaria concessa dal Governo di Parigi all’ordine monastico per l’attività di presidio logistico e di monitoraggio informativo svolta sul valico, giungendo a fungere da snodo di spionaggio sui transiti internazionali.

I Marrons: l’arte del marronage tra Novalesa e il Moncenisio
Nessun impianto viario avrebbe tuttavia garantito la valicabilità del Moncenisio senza l’ausilio sistematico delle comunità locali. Da questo imperativo geografico nacque la figura dei Marrons, uomini reclutati tra le famiglie più prestanti di Novalesa, Ferrera e Lanslebourg.
Etimologicamente, il vocabolo Marron trae origine dal dialetto biellese, indicando colui che si sottopone spontaneamente a fatiche immani e duri servizi. Da qui nacque e si affermò nel patois savoiardo e valdostano il termine Marronage: la vera e propria professione di condurre i viaggiatori e i loro beni attraverso il colle mediante muli, slitte o portantine, a seconda della stagione e della stazza del carico.
Con un corpus di privilegi e immunità codificato fin dal XIII secolo, questi uomini garantivano l’attraversamento del passo con qualsiasi condizione meteorologica. La loro attrezzatura era figlia dell’ingegno empirico: calzavano scarpe a suola piana impermeabilizzata con cera e munite di graffe di ferro battuto — veri e propri progenitori dei ramponi moderni. Per tracciare la rotta durante le tormente d’inverno, piantavano nella neve altissimi pali di legno. Tuttavia, poiché i pellegrini stremati dal freddo tendevano spesso a sradicare i pali per farne legna da ardere, le autorità locali li sostituirono con alte croci di legno: l’espediente funzionò, poiché il terrore del sacrilegio trattenne i viandanti dal distruggere i segnavia sacri.
Il momento più adrenalinico del viaggio era senza dubbio la discesa a bordo della ramassa, la slitta. Incuranti del pericolo e con una maestria quasi acrobatica, i Marrons guidavano le slitte giù per i canali gelati dei versanti italiano e savoiardo, garantendo un’esperienza al tempo stesso inebriante e spaventosa: basti pensare che dalla località Ramassa sul Colle del Moncenisio a Lanslebourg il tragitto veniva coperto in appena nove minuti.
Le cronache dei viaggiatori dell’epoca restituiscono un ritratto profondamente chiaroscurato di questi personaggi: indispensabili salvatori nelle tormente, ma anche figure selvagge, coriacee e ciniche nel contrattare sovrapprezzi esorbitanti nei punti più impervi del cammino.
Anfiteatri di pietra e imponenti cascate
L’emarginazione economica subita dalla Val Cenischia a seguito dell’apertura della carrozzabile napoleonica ha finito per preservarne intatto l’ecosistema naturale e paesaggistico. La valle, modellata dall’azione millenaria dei ghiacciai, si chiude a nord con la monumentale bastionata rocciosa che precipita dai tremila metri del Rocciamelone e della Punta Marmottere verso il terrazzo glaciale di Novalesa.
Da questa imponente scarpata si sprigionano ben dieci salti d’acqua, tra cui spiccano le fragorose cascate del rio Claretto e del rio Marderello, con pareti verticali di oltre cento metri. L’azione erosiva dei corsi d’acqua ha scavato nel tempo gole profonde e marmitte dei giganti, cavità cilindriche che la mitologia popolare volle credere gigantesche stoviglie impiegate da esseri sovrumani.
Già nell’Ottocento, il Dizionario corografico degli Stati Sardi di Guglielmo Stefani ne celebrava la fama tra i viaggiatori del Grand Tour. Oggi, venuto meno il turismo romantico, la verticalità di Novalesa attraversa una nuova stagione: nei mesi invernali, quando le temperature irrigidiscono i flussi d’acqua, le cascate si trasformano in imponenti cattedrali di ghiaccio, attirando climbers da tutta Europa sulle orme di itinerari storici aperti oltre quarant’anni fa da Gian Carlo Grassi. Da primavera al primo autunno, invece, gli amanti dell’outdoor possono trovare diversi sentieri escursionistici o cimentarsi in pareti di arrampicata e una via ferrata.
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