I riti di passaggio accompagnano da sempre il cammino dell’essere umano, scandiscono il ritmo della vita e delle stagioni. Tra questi vi è il Carnevale, un’antica celebrazione di origine pagana in cui tutto può essere rimesso in gioco. Per qualche giorno, l’ordine si incrina: i ruoli si mescolano, le gerarchie si capovolgono, le maschere diventano strumenti di libertà e irriverenza.
Sui monti, però, il Carnevale si radica ancora di più nella terra e nelle stagioni. Qui diventa rito collettivo che celebra la fine dell’inverno e l’attesa della primavera. Un momento in cui la comunità attraversa simbolicamente il buio della stagione fredda per aprirsi alla luce, al disgelo, al ritorno del lavoro nei campi e negli alpeggi.
Rovesciamento sociale, memoria collettiva e rapporto profondo con la natura sono le chiavi di lettura di questi antichi riti alpini. Troviamo le autorità concrete e quotidiane del villaggio – il parroco, il medico, il giudice, il soldato – un potere vicino, con cui ci si confrontava ogni giorno. Accanto ad esse, compaiono personaggi legati alla vita in montagna e a credenze popolari: il lupo, l’uomo selvatico, l’orso. Presenze temute, minacce con cui, nella realtà o nell’immaginario collettivo, si doveva fare i conti. E infine la morte del Carnevale, spesso accompagnata da un falò o dal sacrificio di un animale, poi condiviso nella cena conclusiva. Un gesto crudele e inutile ai nostri occhi, ma coerente con una visione ciclica della vita, in cui sacrificio, comunità e rinascita erano parte delle stesso respiro.
Il Carnevale del Lajetto è un esempio perfetto di questi antichi riti alpini. Tornato a vivere nel 2010 grazie all’Associazione Culturale “Le Barbuire” dopo 60 anni di assenza, si svolge ogni anno la domenica grassa fra le strette viuzze della borgata Lajetto, situata a 850 metri di quota sulla montagna condolesse, in Bassa Valle di Susa. La rappresentazione è animata da curiosi e irriverenti personaggi mascherati, le Barbuire, che si dividono in due gruppi: i belli – il Monsù e la Tòta, i due Arlecchini, il Dottore e il Soldato – e i brutti – le coppie di vecchi e vecchie e il Pajasso. quest’ultimo è il vero protagonista: vestito di pelli e imbottito di paglia (da qui il suo nome, dal piemontese paja), è uomo selvatico dalle sembianze animali che porta in mano un lungo bastone sul quale è legato un gallo. Sarà proprio il Pajasso a compiere il sacrificio del gallo, uccidendo simbolicamente se stesso e decretando la morte del Carnevale, la fine dell’inverno e l’arrivo della primavera.
Vero e proprio rituale di fecondità e prosperità per il nuovo anno, il Carnevale del Lajetto attira oggi numerosi visitatori da tutta la valle e non solo. Ma attenzione, camminando tra le viuzze della borgata noi visitatori non siamo esenti da scherzi! Le Barbuire sono irriverenti, le cobie ‘d Vej (i vecchi e le vecchie) – vestiti di stracci, sporchi e malconci – sono scalmanati, scostumati e commettono ogni sorta di burla e beffa.
La borgata è raggiungibile in auto, ma arrivarci a piedi è tutta un’altra storia: è un incontro con il Carnevale del Lajetto che si prepara passo dopo passo, che si accorda al ritmo della montagna e dei sui antichi riti.
I sentieri della montagna di Condove sono numerosi: un tempo si contavano circa 80 borgate, collegate da una fitta rete di mulattiere e sentieri. Per chi desidera affrontare meno dislivello, un buon compromesso è partire da Mocchie e percorrere il Sentiero dei Morti. Per la mia escursione, invece, ho preferito partire direttamente dall’abitato di Condove e percorrere la bella mulattiera lastricata (segnavia 569) che risale nella valle dei Sessi. Era la via percorsa dagli abitanti delle borgate per scendere a valle: si andava a commerciare i prodotti dei campi, a fare provviste, a intrecciare relazioni. Oggi, su quel selciato levigato dal tempo, non risuonano più voci né passi carichi di gerle: restano le pietre levigate, custodi silenziose di una vita operosa che continua a raccontarsi a chi ha voglia di ascoltare.













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